A cosa serviamo?
Per gran parte della storia umana lavorare non è stato una scelta, ma una condizione. Si lavorava per mangiare, per scaldarsi, per non morire. Poi il lavoro è diventato anche identità: la prima domanda che rivolgiamo a uno sconosciuto è quasi sempre «che lavoro fai?», come se la risposta contenesse l'essenza della persona che abbiamo davanti.
Oggi, per la prima volta, possiamo immaginare seriamente un mondo in cui una parte enorme del lavoro non sarà più necessaria. Non perché avremo smesso di produrre, ma perché a produrre saranno soprattutto le macchine. L'automazione, la robotica e l'intelligenza artificiale non sostituiscono soltanto la fatica fisica: cominciano a occuparsi anche di attività che credevamo esclusivamente umane, come scrivere, analizzare, progettare, persino decidere.
La domanda smette allora di essere «come produrremo abbastanza?» e ne diventa un'altra, molto più scomoda: «chi saremo, quando produrre non sarà più il nostro compito principale?».
È una domanda che spaventa, perché abbiamo costruito quasi tutto attorno al lavoro. Il tempo delle nostre giornate, il valore che ci attribuiamo, il rispetto che riceviamo, la struttura stessa della società. Togliere il lavoro dal centro della vita non significa solo cambiare economia: significa rimettere in discussione il modo in cui diamo senso all'esistenza.
Conviene distinguere tre cose che di solito confondiamo. C'è l'impiego, cioè lo scambio di tempo per denaro. C'è il lavoro, cioè lo sforzo di trasformare il mondo e risolvere problemi. E c'è la vocazione, cioè l'attività che sentiamo nostra, che ci sembra valga la pena anche quando nessuno ci paga. Le macchine possono cancellare gran parte del primo, ridurre il secondo, ma non hanno alcun potere sul terzo, se non quello che gli concediamo.
Il rischio più grande non è l'ozio. È il vuoto. Una società che ha imparato a legare dignità, identità e reddito esclusivamente all'impiego, quando l'impiego scarseggia rischia di produrre non uomini liberi, ma uomini smarriti. Persone convinte di non servire più a niente, semplicemente perché nessuno paga per il loro tempo.
Per questo il reddito di base, di cui tanto si discute, è una risposta necessaria ma parziale. Può risolvere il problema economico: garantire che nessuno resti senza mezzi quando le macchine assorbono il lavoro. Ma non risolve il problema esistenziale. Ricevere denaro non basta a sentirsi utili. Il denaro compra il tempo, non il significato.
Gli antichi, che pure fondavano tutto sul lavoro degli schiavi, avevano intuito qualcosa. Chiamavano «ozio» non l'inerzia, ma il tempo liberato dalla necessità: il tempo in cui un essere umano poteva pensare, studiare, coltivare relazioni, occuparsi della città. Il lavoro serviva a sopravvivere; l'ozio serviva a vivere. Il nostro problema è che abbiamo un'intera civiltà capace di produrre ozio per tutti, e nessuna cultura pronta a riempirlo.
Perché il tempo libero, da solo, non è senso. Può diventare noia, dipendenza, distrazione infinita. Un mondo che libera miliardi di ore e non offre nulla per cui valga la pena spenderle rischia di riempirle con il consumo: schermi, acquisti, intrattenimento progettato per non finire mai. La stessa tecnologia che ci libera dal lavoro può trasformarci in consumatori passivi del tempo che ci ha regalato.
Eppure esistono cose che le macchine, per quanto potenti, non possono fare al posto nostro. Non possono voler bene per noi. Non possono crescere i nostri figli, curare un amico malato, ascoltare chi soffre, costruire una comunità, assumersi una responsabilità morale. Non possono dare senso: possono solo eseguire. Il significato resta un compito umano, forse l'unico che rimarrà davvero nostro.
Il futuro non ci chiederà più, come un tempo, di essere produttivi. Ci chiederà qualcosa di più difficile: di essere presenti. Di scegliere a cosa dedicare un tempo che finalmente non ci sarà imposto. Di prenderci cura, di creare, di conoscere, di stare con gli altri non perché conviene, ma perché è lì che si gioca la vita.
E qui si nasconde la vera biforcazione. Un mondo senza lavoro necessario può diventare il più grande spazio di libertà mai esistito, oppure la più grande distesa di noia e dipendenza della storia. La differenza non la faranno le macchine. La faremo noi, con l'educazione che daremo, con le comunità che costruiremo, con l'idea di essere umano che decideremo di difendere.
Forse un giorno smetteremo di chiedere a uno sconosciuto «che lavoro fai?» e impareremo a chiedere «di cosa ti prendi cura?», «cosa stai imparando?», «cosa stai creando?».
Perché quando le macchine faranno gran parte del lavoro, la domanda non sarà più se saremo ancora utili.
Sarà: saremo ancora capaci di dare un senso alle nostre giornate, quando nessuno ce lo chiederà più?