Chi accende?
Ogni civiltà racconta il progresso attraverso le sue opere visibili: scuole, ospedali, ferrovie, università, fabbriche, reti digitali. Più raramente racconta ciò che rende possibile il loro funzionamento. Dietro ogni diritto moderno esiste un'infrastruttura materiale. Dietro ogni servizio pubblico esistono energia, competenze, manutenzione, investimenti, organizzazione e produzione.
Una società può discutere a lungo di redistribuzione, ma può redistribuire soltanto ciò che riesce a produrre.
È questo il punto che il dibattito politico italiano tende a rimuovere. L'approvvigionamento energetico viene trattato come una materia settoriale, da affidare agli specialisti o da utilizzare durante le emergenze. Raramente viene presentato per ciò che realmente è: la spina dorsale della sovranità economica.
L'energia non è una voce accessoria del sistema produttivo. È la condizione che precede quasi tutte le altre. Determina il costo delle industrie, la stabilità delle reti, la capacità di attrarre investimenti, la sicurezza delle famiglie, il funzionamento dei data center, la competitività dell'agricoltura, dei trasporti e dei servizi. Perfino l'intelligenza artificiale, spesso descritta come qualcosa di immateriale, dipende da impianti, reti elettriche, semiconduttori, sistemi di raffreddamento e disponibilità continua di potenza.
Nel 2024 l'Unione europea soddisfaceva ancora attraverso importazioni nette circa il 57% del proprio fabbisogno energetico. L'Italia presenta una dipendenza strutturale particolarmente elevata e un mix nel quale il gas naturale continua ad avere un peso rilevante.
Dipendere dall'estero non significa necessariamente essere deboli. Le economie moderne vivono di interdipendenze. La debolezza nasce quando non si possiede una strategia: quando si importa senza diversificare, si chiudono impianti senza costruire alternative, si annunciano transizioni senza realizzare reti, accumuli e capacità produttiva, oppure si pretende di separare la politica ambientale dalla politica industriale.
La transizione energetica non è una scelta tra il passato e il futuro. È il difficile compito di garantire il presente mentre si costruisce il futuro.
Servono rinnovabili, accumuli, reti più intelligenti, interconnessioni, capacità programmabile, ricerca, efficienza e una discussione non ideologica su tutte le tecnologie disponibili. Serve soprattutto continuità politica. Un'infrastruttura energetica richiede anni o decenni; una legislatura dura molto meno. Se ogni governo riscrive la strategia del precedente, il Paese non compie una transizione: oscilla.
La stessa incapacità di pensare nel lungo periodo riguarda il rapporto tra crescita economica e civiltà.
A volte parliamo del welfare dei Paesi del Nord Europa come se fosse nato da una particolare superiorità morale. Ma il welfare non galleggia sopra l'economia. È sostenuto da lavoro, produttività, redditi dichiarati, imprese competitive, fiducia nelle istituzioni e capacità amministrativa. Non è il contrario della crescita: è uno dei modi più evoluti con cui una società produttiva trasforma una parte della propria ricchezza in sicurezza collettiva.
La produttività misura quanta ricchezza viene generata attraverso il lavoro e il capitale impiegati. Non dice tutto sul benessere, ma senza crescita della produttività diventa molto difficile finanziare stabilmente salari, pensioni, sanità, scuola e protezione sociale.
I Paesi più avanzati non sono quelli che hanno eliminato lo Stato. Sono quelli che hanno reso lo Stato capace. La differenza non è tra pubblico e privato, ma tra strutture che abilitano e strutture che bloccano. Un'amministrazione moderna detta regole comprensibili, controlla rapidamente, punisce gli abusi e poi lascia lavorare. Un'amministrazione debole moltiplica autorizzazioni preventive perché non possiede la capacità di controllare i risultati.
L'Italia continua invece a soffrire di produttività stagnante, divari territoriali, bassa spesa in ricerca e ostacoli amministrativi che frenano soprattutto le piccole e medie imprese. La stessa Commissione europea, nel rapporto sull'Italia del 2026, indica nella riduzione degli oneri burocratici, nella ricerca e in una strategia industriale coerente alcuni dei passaggi necessari per liberare il potenziale innovativo del Paese.
Non è sufficiente distribuire incentivi. Occorre costruire condizioni.
L'incentivo premia temporaneamente un comportamento. L'infrastruttura rende quel comportamento possibile anche quando l'incentivo finisce. Un credito d'imposta può convincere un'impresa a investire oggi; energia affidabile, giustizia rapida, competenze disponibili e procedure certe possono convincerla a restare per vent'anni.
La politica italiana tende a preferire il bonus perché il bonus è immediatamente comunicabile. Un elettrodotto, una rete di accumulo, una riforma amministrativa o un percorso di formazione tecnica richiedono invece tempo, conflitto, manutenzione e responsabilità. Non producono sempre un'immagine efficace per la campagna elettorale. Producono qualcosa di più importante: capacità nazionale.
Il progresso civile e quello economico avanzano insieme. Non perché tutto debba essere sottoposto al profitto, ma perché i diritti, quando diventano concreti, hanno bisogno di persone, mezzi, edifici, energia e organizzazione.
La vera domanda politica non è quanto benessere desideriamo promettere.
È: chi accenderà il sistema necessario a mantenerlo?