Chi è il capitale?
Ogni epoca costruisce un'immagine dell'uomo coerente con il proprio sistema produttivo.
La civiltà agricola vedeva l'uomo come custode della terra e del ciclo naturale. La civiltà industriale lo ha trasformato in forza lavoro, elemento misurabile di una macchina più grande. La società dei consumi lo ha descritto come individuo desiderante. L'era digitale lo ha convertito in utente, profilo, dato, sorgente di attenzione.
L'intelligenza artificiale ci costringe ora a una domanda più radicale: che cosa resterà dell'uomo quando una parte crescente delle sue capacità potrà essere riprodotta, accelerata o simulata?
Per secoli il capitale materiale è stato relativamente facile da riconoscere: terra, edifici, macchinari, denaro, infrastrutture. Oggi comprende anche semiconduttori, potenza di calcolo, energia, reti, piattaforme e immense quantità di dati. È un capitale sempre meno visibile e, proprio per questo, sempre più pervasivo.
Il capitale umano sembra invece più fragile. Conoscenze, esperienza, responsabilità, creatività, memoria, reputazione e capacità di giudizio appartengono alle persone, ma possono essere estratte, codificate e incorporate nei sistemi tecnologici.
Quando un lavoratore esperto addestra inconsapevolmente un algoritmo attraverso le proprie attività quotidiane, che cosa sta accadendo? Sta usando uno strumento oppure sta trasferendo una parte del proprio sapere al capitale che lo impiega?
La domanda non ha una risposta semplice.
Ogni strumento contiene conoscenza umana. Un tornio, una formula, un software o un protocollo sono forme di esperienza cristallizzata. L'umanità progredisce proprio perché una generazione incorpora una parte del proprio sapere negli strumenti che lascia alla successiva. L'intelligenza artificiale continua questo processo, ma lo porta a una soglia nuova: lo strumento non conserva soltanto un gesto; sembra partecipare alla produzione di nuove risposte.
La macchina non deve più essere programmata in ogni singolo comportamento. Può apprendere strutture, imitare linguaggi, generare immagini, proporre strategie e modificare il proprio output sulla base del contesto. Non possiede necessariamente coscienza, intenzione o comprensione nel senso umano. Eppure produce effetti che, fino a poco tempo fa, associavamo esclusivamente all'intelligenza.
Da qui nasce il dilemma.
Una società centrata sul capitale materiale utilizzerà l'intelligenza artificiale soprattutto per comprimere costi, sostituire lavoro, sorvegliare prestazioni e concentrare potere. Il lavoratore sarà considerato un elemento residuale: necessario soltanto dove la macchina non è ancora sufficientemente economica o affidabile.
Una società centrata sul capitale umano userà invece l'automazione per aumentare la capacità delle persone, ridurre le attività degradanti, distribuire conoscenza e liberare tempo per responsabilità più complesse. La tecnologia non eliminerà il lavoro, ma potrà renderlo più umano.
La differenza non sarà determinata dalla macchina. Sarà determinata dai rapporti di proprietà, dalle istituzioni e dai criteri con cui definiamo il valore.
Il rischio più grande non è che l'intelligenza artificiale diventi umana. È che l'uomo accetti di diventare simile all'immagine ridotta che l'algoritmo possiede di lui: una sequenza di comportamenti prevedibili, preferenze manipolabili e prestazioni misurabili.
Quando ogni attività viene trasformata in un indicatore, ciò che non è misurabile tende a scomparire. La prudenza può sembrare lentezza. La cura può sembrare inefficienza. L'esperienza tacita può sembrare resistenza al cambiamento. Il dubbio può essere interpretato come incapacità decisionale.
Eppure sono proprio queste qualità imperfette a rendere umano il giudizio.
Un algoritmo può ottimizzare una decisione rispetto a un obiettivo. Non può stabilire autonomamente se quell'obiettivo meriti di essere perseguito. Può indicare il mezzo più efficiente, ma la scelta del fine appartiene ancora alla politica, all'etica e alla coscienza.
Il capitale materiale risponde alla domanda: «Quanto possiamo produrre?».
Il capitale umano deve rispondere alla domanda: «Perché dovremmo produrlo?».
Non serve opporre romanticamente uomo e tecnologia. L'uomo senza capitale materiale resta povero, fragile e dipendente dalla fatica. Il capitale materiale senza capitale umano diventa invece una potenza senza direzione. Abbiamo bisogno di entrambi, ma non sullo stesso piano.
Il capitale materiale deve restare uno strumento. Il capitale umano deve restare il soggetto che sceglie gli obiettivi, attribuisce responsabilità e stabilisce i limiti.
Per riuscirci dovremo ripensare il lavoro. Non potremo continuare a legare dignità, reddito e identità esclusivamente al numero di ore durante le quali una persona esegue compiti economicamente misurabili. Se le macchine produrranno una parte crescente della ricchezza, dovremo decidere chi possiede quella produttività e come distribuirne i benefici.
La questione dell'intelligenza artificiale è quindi anche una questione di proprietà.
Chi possiede il modello? Chi possiede i dati con cui è stato addestrato? Chi riceve il valore generato dal sapere collettivo incorporato nella macchina? Chi risponde quando il sistema sbaglia? Chi ha il diritto di spegnerlo?
Sono domande economiche, ma prima ancora metafisiche. Riguardano ciò che consideriamo una persona, un'azione, una responsabilità e un fine.
Il futuro non vedrà necessariamente la vittoria della macchina sull'uomo. Potrebbe vedere qualcosa di più ambiguo: uomini che possiedono macchine e uomini posseduti dai sistemi costruiti da altri.
Il conflitto centrale non sarà tra naturale e artificiale.
Sarà tra chi può scegliere e chi può soltanto adattarsi.
Alla fine, la domanda più importante non sarà se l'intelligenza artificiale riuscirà a pensare come noi.
Sarà: noi saremo ancora liberi di decidere per che cosa pensare?